quattro finestre

Basterebbero The Other Room (Manchester), Printed Matter (New York), Motto (Berlino) e Many Stuff (Parigi) per segnalare ai (non)lettori italiani quanto poco conoscono (conosciamo) del contesto mondiale, in termini di sperimentazione.

Ci si affaccia, da queste finestre, su decine di migliaia di piccole, medie e grandi iniziative. Sono centinaia di migliaia anzi milioni di pagine, cartacee e in rete. Basterebbero i soli quattro punti di accesso nominati per avere un primo sguardo ampio, e spiazzante, su come sta funzionando anche una certa scrittura di ricerca. E per intendere quali piani – anche banalmente quantitativi oltre che qualitativi – questa raggiunga nel mondo, in pienissima interazione con arte, fotografia, grafica. Anche parlare di semplice “scrittura” (o “letteratura”) diventa riduttivo, banalizzante.

Non si riesce letteralmente nemmeno a pensare, il numero dei materiali disponibili, diffusi.

La diffusione è altra cosa dalla distribuzione. La distribuzione è quello che le tante o poche agenzie del mainstream vogliono che noi leggiamo e pensiamo. La diffusione è tutto il resto: quindi la facciamo noi, quindi *siamo* noi.

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DU-CHAMP in questo preciso momento

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flyer #011 _ infans, non parlante

perché alcuni bimbi non crescono? perché passano tutto il loro tempo a odiare o imitare i grandi.

smettono perfino di nutrirsi e di pensare pur di consumarsi in queste attività.

è un comportamento che, oltre a danneggiarli, non li rende nemmeno personaggi.

(restando in un’infanzia, non hanno veramente linguaggio. né dunque una storia).

flyer #010 _ la migliore possibile

stando a molta critica letteraria, particolarmente nelle quarte di copertina e in quel che (non) ne resta nell’isteria incolonnata nei blog, ogni romanzo recente è meraviglioso, salinger si reincarna trenta/quaranta volte a settimana, dick non ne parliamo. (dick!). è, questo italiano, un momento d’eccezione. un’eccezione regolare, costante. forse in crescita, una benedizione. tanti bei romanzi e tante strepitose poesie. gli autori fioccano. hanno i fiocchi.

strano che questo che è il migliore dei mondi letterari possibili fiorisca in un momento di decadenza politica, di disastro nel mondo del lavoro, in cui la gente viene sottopagata, sfruttata, ammazzata.

invece in letteratura va tutto bene. fioriscono le correnti e le voci. tutti sono lieti e i convegni e gli ‘eventi’ sono a ogni svolta di strada. soldi pubblici felicemente e proficuamente spesi. nessuno guadagna. non ci sono malversazioni. solo un investire generoso e ateniese nella pubblica cultura e nella felicità di tutti, che radiosamente coincidono.

flyer #009 _ finire

in molti a parlare di Celan. riempiono del nome di Celan righe, caselle, molti spazi. ovviamente non importa. (né importa l’opposto).

la distruzione completa della persona, la cancellazione della sua identità, del suo perimetro individuale, non riducibile, non condiviso, chiuso e senziente, ferito da sé e dalle cose e sempre ancora dopo, è un fatto. è il male e il male è una evidenza.

si può essere certi che Celan non è lontanamente ora e mai toccato dall’essere citato, letto, amato, commentato, tradotto, né dall’essere tradizione. perché è morto, e la morte lo chiude, e non è. lui persona, lui corpo cioè, è polvere. è cosa finita. che non sta né starà più da nessuna parte. una cosa caduta. è quindi il flusso del fiume, è il colpo di falce sulle parole. questo è stato e questo è LUI PER LUI.

per sé, per il proprio corpo e per la propria storia, Celan è definitivamente e senza esito di nessun genere la notte del 19 aprile 1970.

questo nulla assoluto, senza gradazioni, senza uscita nemmeno in una negazione più radicale, questo doppio pozzo, è – per LUI persona e corpo non più vivente – la realtà. lo è da quasi quarant’anni e adesso e continuerà. è la forma del suo peculiare inferno identico a quello di tutti.

dovete rendervi conto di questo. prendere un martello, sfasciare uno per uno i versi di foscolo.

soltanto i corpi contano, il loro secreto segnico si perde, passa nelle bocche degli stolti (che il vento NON disperde: ma semina, moltiplica semmai).

QUESTO sentiva e sente la scrittura, la persona: la assoluta, non rovesciabile, non aggirabile, circolare compiutissima devastazione della propria traccia e vita, dei propri segni, delle corrispondenze, delle distonie, delle lezioni date e ricevute, dei torti e dei diritti. ogni permanenza verrà abolita.

soltanto avere ossigeno, intercapedine, sé, spazio, distacco, se c’è, quando c’è, è la razione. non dura e nemmeno se durasse cambierebbe l’economia delle cose. tutto il resto, l’illimite che precede e quello che segue, è ciò che nega il corpo e lo dona alle cose solo perché da queste venga minacciato. è uno spazio divelto in tutti i modi.

c’è uno legato al suo posto, è frustato dall’inizio. si rovescia per peggiorare, è così pieno di piaghe. perde tanto di quel sangue che si può pensare sia fatto solo di quello. possono passare ore e giorni così. può solo entrare qualcuno con un secchio di sale o calce

flyer #008 _ differenziale (*anche* da J.D.)

esperienza ripetuta centinaia di volte.

un soggetto A informa un interlocutore B di una situazione X. il peso della situazione X incurva lo spazio e modifica o dovrebbe modificare alla radice i rapporti tra A e B.

l’interlocutore B annuirà, poi si comporterà esattamente come se non avesse ascoltato. l’assenso, anche ad ascolto realmente avvenuto, prescinderà dal detto. sorprendente? tant’è. la prassi di B sarà non conforme a X, o a BX, ma a una variabile autocentrata e quasi autistica dello stesso ascoltatore: B’, B”, B”’, …

questo – volendo – implica una ovvia (ma proprio per questo, come X, ascoltata e non intesa) doppia conseguenza sul concetto di realismo.

da un lato, si dimostra che ogni asserzione su uno “stato di fatto” non lo “trasmette”. il linguaggio non è uno strumento (se non caotico, irregolare, umbratile, infedele). non un veicolo. se fosse compiutamente un veicolo, tra l’altro, vivremmo probabilmente in un continuo collasso paralizzante. la comunicazione totale è come il totale impatto della luce: una nova.

d’altro lato, si dimostra che non una “trasmissione” è possibile, ma – direi – una sorta di

indicazione differenziale. (o posizione delle affermazioni in uno stato di vettori, di frecce possibili: non reali: possibili: non di necessità [né sempre] reali).

la parola che ‘funziona’, costitutivamente immaginosa e infedele, inventiva, derealizzante, descrittiva deforme, non ricalca come la carta carbone un ipotetico rilievo dei fatti. lo proietta e distorce, lo strappa a sé o frammenta. ricombina lo specchio di una fontale non-appartenenza a sé dell’evento stesso.

l’espressione differenziale dell’oggetto lo disegna sullo sfondo. lo ri-designa. non lo trasmette, certo. lo incide e sposta, però. (e, suggerendone l’altro immediatamente, immediatamente lo sfuma).

non dà garanzie sulla natura della ricezione, su “cosa mai (se) ne farà il ricevente”. semmai vanterà qualche ipotesi di successo nello scuoterne la sordità. la sorpresa varia l’udire, lo provoca.

questa azione di diffusione di differenze, di piani differenziali di segni, di alterazione, può avere a che fare con l’espressione letteraria. con il testo.

flyer #007 _ eseguire

affrontare un discorso installativo in arte (e nella scrittura) non solo non significa sganciarsi dal concetto e dalle prassi di una esecuzione del testo; ma anzi implica una attenzione accresciuta verso le regioni e ragioni della vocalità. della strutturazione – in praesentia corporis – dei colori e timbri e legature e pause del detto. (che, incidendo, getta riverbero sullo scritto. e lo modifica poi in concreto).

l’autore sente e sa bene di essere continuamente parlato da quello che è fuori di lui. sente che quando calibra le intensità e le andature, il passo dell’esecuzione del testo, della partitura, quando fa questo da un “palco”, deve agire al meglio solo per dare una voce appropriata a quello che prescinde da lui. (a quello che lo precede).

il testo è preso nella rete dell’esecuzione, ma certo preesiste alla piccola identità dell’esecutore. viene prima, resterà dopo – se è destino che sia così. le parole e la durata delle parole sono non interamente ma certo tendenzialmente (‘proiettivamente’) estranee alla cassa toracica che pure le forma, e si ingegna di modularle, modanarne i dettagli.

infine i corpi scompaiono, il linguaggio articolato (e forse in ultimo solo quello scritto) è il filo di dna che si trasmette. certo variando. la variazione e l’ombra stavano, però, da prima, ovunque. (anche prima del segno, qualsiasi sia).