iterati e iterati (e iterati) cicalini e sussidi, #3: un buon taglio di (ro)manzo

Sempre (e sempre inutilmente) fu detto: mi occupo principalmente e direi molto energicamente di prosa breve. Moltissima. Invece leggo romanzi oculatamente, selezionando, e di testa mia: mi piacciono alcuni e non altri romanzi. In ogni caso non realizzo una storiografia del clima recentissimo (anzi sollecito altri a farla, da qualche manciata di anni). Tantomeno categorizzo in tema di romanzo.

Non avendo io proposto categorie critiche (nonostante in questi giorni recenti il termine “categoria” ricorra nei post qua e là come “puffo” e “puffare” nelle strisce di Peyo), lascio più che volentieri il compito ad altri.

In riferimento poi a “Dell’opera disfatta” (2005, e 2007 in http://gammm.org/index.php/2007/05/02/opera-disfatta/), non è inutile citare la parentesi che ‘spiega’ il titolo: “righe, ingenue e iniziali, contro serialità e romanzo-tipo”.

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Intervengo sull’estraneità che terrebbe su trincee opposte & ostili romanzieri e poeti. Evviva: combattiamola, abbattiamola. Ottimo tuttavia sarebbe che, tra fior di romanzieri, una buona felicissima falce portasse prima via una percentuale assai alta di materiali (come del resto sarebbe bello accadesse in poesia). Non accade, ovviamente. (E tutti lo sanno, e sanno anche perché: altrettanto ovviamente). Non sarà che spesso i due versanti non si parlano perché i più esigenti dell’una e dell’altra schiera devono imbottirsi di Plasil per poter passare senza conati davanti allo scaffale non di pertinenza?

Ma vado oltre. Non da oggi vedo una costante, continua (sarò ipersensibile) tensione e tentazione a tirare ‘tutta’ la prosa e la prosa breve dentro la forma estesa (anche non romanzesca, anche romanzesca esplosa, digressiva, geniale o quel che si vuole: bella, insomma, non “romanzo-tipo”). Tutto deve o può finirci dentro: e se non vuole, dovrebbe volere. Discolo chi non cede. Chi non ci crede.

Bon. Ovvio che il romanzo – nelle mani giuste – HA capacità onnivora e plasticità. Ha denti buoni e fame secolare. Ma troverei perlomeno razionale giudicare legittima anche l’esistenza di forme di vita caparbiamente refrattarie a lasciarsi mangiare.

Proprio altre specie viventi. ALTRE. (Non ‘poi comunque romanzabili’. Proprio altre).

Possibile che debba essere tutt’ora tanto scandalosa la persistenza della prosa breve ‘come prosa breve’ e stop?

Certo aggiungo: sarei anzi sono ‘felice’ che la persistenza e resistenza della prosa breve metta di malumore molti. (Ma sarà così?).

Ben felice, sono, che la ricomprensione di frammenti in romanzo non stia proprio nemmeno nell’anticamera del cervello di dozzine o centinaia di autori, e che questo risulti – proprio a dir poco, assai poco – motivo di scandalo & materia di riflessione. (Via un tocco di originalità lessicale, veh).