Su una recensione a “Prosa in prosa”


Su una recensione a Prosa in prosa

(scritta da Stefano Guglielmin per «Le voci della luna», n.47, 2010, p.47,
poi in http://golfedombre.blogspot.com/2010/09/prosa-in-prosa.html)



Seleziono alcuni estratti dalla recensione che Stefano ha dedicato – e lo ringazio – a Prosa in prosa (Le Lettere, 2009):

(1) «Ciò che mi convince di meno è l’impoverimento programmatico della lingua, il suo appiattimento alla forma di comunicazione ordinaria»

(2) «appiattisce la parole sulla langue»

(3) [Prosa in prosa nutre la] «persuasione che il genere lirico abbia esaurito le proprie possibilità espressive»

(4) [Quelle dei sei autori sono] «poetiche conciliabili soltanto nella cornice, in un orizzonte pre-testuale di tradizione semiotico-strutturalista e di militanza avanguardistica»

(5) «credo sarebbe utile al dibattito una maggiore chiarezza critica verso la tradizione antisimbolista italiana (da Zanzotto a Rosselli, da Villa a Spatola, da Pizzuto a Manganelli, per non dire dei Novissimi, dei Gruppi ’63 e ’70, e dei poeti di Anterem)»



E propongo alcune contro-osservazioni:

(1) + (2)

Queste intenzionali “bidimensionalità”, in certi aspetti linguistici, a mio avviso, sono riferibili solo ad alcuni degli autori di Prosa in prosa. Inoltre, dar loro il nome di «appiattimenti» è scelta che rischia di avere i connotati di un giudizio svalutativo, lecito ovviamente, ma esatto? Quelle scelte sono o comportano un appiattimento? (Sempre ammettendo la bidimensionalità, come scena del denotativo). In alcuni degli autori dell’antologia, per altro, specie Raos, Inglese e Zaffarano, la verticalità o meglio ancora molteplicità lessicale – e dunque uno scarto parole/langue – è in numerosi passi fin troppo percettibile. Tuttavia la cosa fondamentale, in Prosa in prosa, è che anche quando tale verticalità è data, non viene offerta come palestra del connotativo (pur, incidentalmente, essendo tale), bensì come ricchezza peculiare della denotazione.



(3)

«che il genere lirico abbia esaurito le proprie possibilità espressive».

Si tratta di una persuasione a cui forse non aderirebbero che assai limitatamente – e tra un’infinità di annotazioni e distinguo – Inglese, Giovenale, Raos (ne danno conto libri usciti o imminenti); e di cui non sentono nemmeno la necessità gli altri tre. In tutti i sei casi, aggiungerei, non è troppo importante il tema della lirica (pur presente, come sfondo tra i molti possibili). Questo, per la “prosa in prosa”. Dire che chi fa prosa in prosa è (sempre/comunque) avverso alla lirica (tutta) è un po’ come dire che se uno va in vacanza “sullo Ionio” è contrario alla vacanza “in montagna”. Si dovrebbe semmai dire che è contrario alle Dolomiti, al Caucaso, alle steppe siberiane, al Mar Morto, a New York, al Polo Nord, al sushi, ai marsupiali, alle viti a croce, a piroettare perdendo l’equilibrio, al minibasket, alle adenoidi, alla bibbia. Insomma: non tutto quello che non si fa viene – da quello che di fatto si fa – condannato in qualche modo. Se uno non fa Y, farà X. Se poi facendo X è “anche” contro Y, proprio con la sua prassi x-oriented, allora fa militanza. È in effetti davvero il caso, per Prosa in prosa, di parlare di militanza? Sì e no.

Sì, se lo si vede come tomo isolato dal contesto dei libri degli altri o di alcuni degli altri autori. No, stando alla maggiore complessità delle strade (e degli strati delle strade) da ciascuno di loro intraprese.



(4)

Quale sostanza semiotico-strutturalista regge le prose limpidissime di Broggi, o le schegge di Bortolotti? Il libro parla abbondantemente, e gli autori abbondantissimamente in rete e su riviste e da anni, di autori di riferimento non italiani. Non parlano quasi mai di strutturalismo, e raramente di militanza, di avanguardia. Anche se fanno certo e spesso riferimento ad autori di (ex) avanguardia. Ma  – e contrario – se per certe prose di Bortolotti e Broggi io potrei pensare a (per dire) Robert Walser, e alla sua sovraesposta ironica limpidezza, direi che a nessuno verrebbe in mente di definire questi due autori “walseriani”.

Il fatto di non aderire o non riaderire a una postura autoriale più o meno ‘dittante’, assertiva, il fatto di sposare il denotativo, il fatto di abbondare in ironia, il fatto di praticare googlism, sono automaticamente «militanza avanguardistica»?

Ecco, da parte mia non sarà ingeneroso e improprio allargare le braccia con un mesto “in Italia finisce sempre così!”. Se non sei Pavese allora sei o Ungaretti o Montale. Se non sei uno di quei due, devi per forza essere Marinetti. Le figure nel mazzo di carte sono quelle.

Ma i punti (1) e (2) non parlavano di un «appiattimento alla forma di comunicazione ordinaria»? Allora a quale «militanza avanguardistica» fanno riferimento i sei di Prosa in prosa? Giocoforza a Balestrini, perché tutto sommato nessuno degli spericolati altri bricoleurs del 1963, e tantomeno  quelli che negli anni Novanta ne han ripreso (criticamente) alcuni passi, scrivevano testi come quelli di Broggi e Bortolotti, o brani come Ammi (di Giovenale). E che dire di Inglese, assolutamente lineare nei suoi racconti? (Che però non sono racconti, ma – appunto – prosa in prosa). (E… se per Inglese a qualcuno venisse la tentazione di richiamare il Balestrini di Vogliamo tutto, ebbene, conti fino a dieci, prenda un respiro profondo, e faccia invece click, non meno felicemente, sul nome di Christophe Tarkos).



(5)

Se, come la recensione ammette, nel libro si parla (anche) di esperienze NON ITALIANE, perché riportare il discorso al confronto con «la tradizione antisimbolista italiana»? Se si parla (se, conoscendo i sei autori di Prosa in prosa, si può parlare) giusto di Tarkos, e di Silliman, Bernstein, Mohammad, Hejinian, Derksen, Cadiot, Espitallier, Hocquard, Sondheim, Leftwich, Kervinen, Ganick, Goodland, Bergvall, Blau DuPlessis, Palmer, Moriarty, perché non si prova a usare o avvicinare precisamente questi filtri interpretativi, fonti, modi e mood? Sono questi – con tanti altri qui omessi per brevità – i nomi che da qualche decennio (o meno, o più) reggono molte delle sorti della scrittura di ricerca fuori d’Italia. E sono sempre questi gli autori che non paiono conosciuti e riconosciuti in Italia, tutt’ora. Tranne eccezioni, tranne traduzioni che (caso fortunato!) si debbono a Zaffarano, Raos, Inglese, Bortolotti. Come mi è capitato di scrivere in un altro intervento, ormai scrittori come David Markson o Leslie Scalapino fanno in tempo a morire, prima di vedere una traduzione di opere loro in italiano. Si può forse dire che da quasi trent’anni ormai la letteratura italiana è fuori sincrono rispetto a molte ricerche in corso in altre parti del mondo.

Se il confronto è sempre e soltanto entro l’area linguistica italiana, è facile facilissimo non trovare – in riferimento a bizzarrie come Prosa in prosa – altro che ponti interrotti, ritorni carsici, parziali corrispondenze. Di fatto non è (del tutto) italiana la tradizione di riferimento.

Il titolo Prosa in prosa viene da Gleize. Lo rammenta Guglielmin stesso in incipit di recensione. È allora pienamente “in area” Zanzotto? Possiamo (certo! avec plaisir) confrontarci con Zanzotto e con tutti gli altri nomi fatti. Ma partendo dall’assunto che i punti di riferimento non sono (esclusivamente) italiani. Anzi sono sostanzialmente non italiani. (E non sono Maulpoix, Nöel, Bonnefoy, Jaccottet; forse nemmeno Ashbery, aggiungiamo).

Finché non troverò altri nomi nelle note che leggo, non sentirò che il discorso specifico del libro Prosa in prosa sarà stato recepito/affrontato. Ma sarò sempre pronto a cogliere il senso delle critiche che all’antologia vengono rivolte. Solo, al momento trovo si tratti di un senso che non parte dai riferimenti che pure ormai intorno alla prosa in prosa sono imprescindibili.

E dico questo con tutta la stima – nella perdurante distanza – che nutro per chi non condivide il percorso della prosa in prosa, ma con onestà e generosità, come Stefano nella sua recensione, vi si accosta.


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