Posted by mg on March 18, 2008
Ma che cosa vi fa supporre che perdendo le coordinate di oggetto e di soggetto voi veniate a mancare di qualcosa? Chi vi spinge a credere che gli articoli e i pronomi indefiniti (uno, si), le terze persone (lui, lei), i verbi infiniti sono affatto indeterminati? Il piano di consistenza o di immanenza, il corpo senza organi, comporta dei vuoti e dei deserti. Ma questi fanno “pienamente” parte del desiderio, ben lungi dall’approfondire una qualsiasi mancanza. Che curioso, confondere il vuoto con la mancanza! Davvero ci manca in genere una particella d’Oriente, un grano di Zen
Gilles Deleuze, in G. D.- Claire Parnet, Dialogues (1977)
tr. it. di G.Comolli: Gilles Deleuze, Claire Parnet, Conversazioni (Feltrinelli 1980; Ombre corte, Verona, 1998: p.94)
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Posted by mg on January 6, 2008
l’unico “umanesimo dichiarativo” (il poetare assertivo!) che sia sensato, che non sfondi con le sue retoriche infangate di bontà o lallazione i timpani di chi l’orecchio ahilui l’ha coltivato, è quello ammalato di Zanzotto, complesso.
o è il lavoro poetico di Sannelli, anche. quello dei versi diffratti in spezzature. dichiara e - perfino - “confessa”. ma lo fa immettendo un tale numero di deviazioni e fratture del/nel percorso, da attestare e far valere e vincere la necessità del clima opaco, umbratile, del luogo che crea.
in quel luogo si passa, si va, si abita — per scoprire; per rischiare, senza pre/vedere, il guadagno e la perdita. non ci si sta comodi. quel che vi viene affermato non è fermo, dato, noto. ha senso conoscerlo, allora; osservare.
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Posted by mg on December 9, 2007
La memoria involontaria è esplosiva, “una deflagrazione immediata, totale e deliziosa”. Essa risuscita, e non soltanto l’oggetto passato, ma anche qualche cosa di più, perché qualche cosa di meno; di più perché isola l’utile, l’opportuno, l’accidentale, perché nella sua fiamma ha distrutto l’Abitudine e tutte le sue opere, e nella sua luce ha rivelato ciò che la falsa realtà dell’esperienza non potrebbe mai rivelare e non rivelerà mai - il reale.
Samuel Beckett, Proust (1931)
tr. it. di C.Gallone: S.B., Proust, Sugar, Milano 1962 (rist. Sugarco 1978, 1994: p.44)
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Posted by mg on November 16, 2007
“Lambiccarsi pedantescamente il cervello per creare prodotti - materiali visivi, giocattoli o libri - adatti ai bambini è sciocco. Sin dall’illuminismo è questa una delle fissazioni più stantie dei pedagoghi. La loro infatuazione per la psicologia gli impedisce di accorgersi che il mondo è pieno dei più incomparabili oggetti dell’attenzione e del cimento infantili. Dei più azzeccati. È che i bambini sono portati in misura notevole a frequentare qualsiasi luogo di lavoro in cui si opera visibilmente sulle cose. Si sentono attratti in modo irresistibile dai materiali di scarto che si producono nelle officine, nei lavori domestici o di giardinaggio, in quelli di sartoria o di falegnameria. Nei prodotti di scarto riconoscono la faccia che il mondo delle cose rivolge proprio a loro, a loro soli. In questi essi non riproducono tanto le opere degli adulti quanto piuttosto pongono i più svariati materiali, mediante ciò che giocando ne ricavano, in un rapporto reciproco nuovo, discontinuo”.
Walter Benjamin, Einbahnstrasse (1928)
tr. it.: Strada a senso unico, Einaudi, Torino 1983 (ed. 2006: pp. 11-12)
Non diversa potrebbe essere un’osservazione relativa non soltanto ai materiali della poesia (che ad avviso di chi scrive sono poi sostanzialmente di origine onirica: perché anche quando si sceglie ‘per cut-up’ lo si fa all’interno di un’esigenza preorientata dalla propria identità - in larga parte inconscia); ma alle stessi prassi compositive, fotografiche, artistiche, e perfino alla critica letteraria; e diciamo - in senso ampio - a tutta quella serie di deviazioni e mancanze e colpi a segno che ruotano attorno agli enigmi che chiamiamo “oggetti estetici”.
L’oggetto-soggetto di senso si ferma e forma nel fondo dello sguardo catturato da quanto di più banale si dà attorno. La scrittura di ricerca, l’esperimento, è materia di tutti i giorni. Davvero experiments = daily codes.
I codici che comunemente balzano agli occhi, per frammenti più o meno irrelati (e non necessariamente variabili in questa loro non relazione reciproca), nascono dalle esperienze più ordinarie. Un angolo formato da due oggetti, un segmento inatteso di luci all’interno della raggiera che quotidianamente si forma nella stanza, l’epifania di tre quattro frasi casuali (e per niente ‘poetiche’) còlte camminando, dettagli nel moto complessivo di una massa di persone in una via, eccetera.
La capacità di riorganizzare questi materiali (a volte autosufficienti: solo ‘in attesa’ [non ontologica; semmai data da noi] di qualcuno che li fermi e afferri) è l’attività artistica. O ne costituisce gran parte.
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