un testo di giovanna frene

da qualche parte c’è sempre l’essere
che guarda il suo opposto, che lo
scruta, che lo avvince: un tutto-essere
che risiede nel suo punto momentaneo
di acuminata osservazione, di vera
presenza, di falsa specularità: anche l’osso
così decifrato fa germogliare, fa
rifiorire, fa riaprire al suo opposto:
un tutto-niente investito che
si riguarda
atterrito

Giovanna Frene
da Nuovi Poeti Italiani 6 (Einaudi, 2012)

§

Nella stessa sede, si può leggere il testo (apparentemente un apologo, una micronarrazione) questo vetro alitato in una sola direzione…, in cui la trama assertiva è non meno netta ma data da oggetti, eventi (è evento). A proposito di quel testo, un frammento dalla mia recensione (sul “manifesto” del 27 maggio 2007) alla plaquette che lo contiene, Sara Laughs:

[…] La pagina di avvio della raccolta racconta di una «perfetta» e insieme sanguinante vita/persona che «saluta con la mano» e osserva l’io scrivente. Appare, e appare il testo, che in soli quattro versi inaugura l’intero giro d’orizzonte dei temi toccati dal libro: la percezione fatta essa stessa corpo, il vedere e l’essere visto, il saluto ambiguo (di partenza? arrivo? aggressione?), la ferita e la perdita, una colpa imprecisata, l’impossibilità di uscirne, lo specchio tra esistere e non; e infine l’ironia delle cose viste e vedenti. Che, proprio mentre si annunciano, si negano a una comprensione, allontanate, imprecisabili, interrogate inutilmente – come, appunto, le intenzioni di un nemico, di un’apparizione. (E che possono essere insieme le intenzioni di «uno sguardo altro» e del «nostro che ritorna», come suggerisce in nota l’autrice) […]