Recensione a “Il Cristo Elettrico”, di L.Voce

copertinaSono forse due le qualità principali de Il Cristo elettrico (NoReply, www.noreply.it, Milano 2006, pp.204), il nuovo romanzo di Lello Voce: rapidità della vicenda e densità del linguaggio. Alternando racconto diretto a stile epistolare, Voce scansiona e squaderna gli spostamenti ed episodi o meglio le disavventure del tossico Enrico tra “libertà” minacciata e oscillante, e carcerazione praticamente definitiva. Tutti i più accorti e rabelaisiani meccanismi di una tradizione di avanguardia sono messi in campo da Voce per impedire al lettore di trasformarsi in spettatore distratto. È in gioco insomma la stessa ricchezza della scrittura poetica – per quanto qui in piena prosa narrativa – di differente spessore rispetto al cinema di consumo e rispetto alla pallida romanzeria di svago che affanna gli scaffali delle librerie. La storia è lineare e buia. La sola luce è quella beffarda dell’improbabile Cristo elettrico blu-rosso che dà il titolo al libro, fissato in cima al campanile di una città/”civiltà” di abiezione totale e di figure grottescamente sadiche, sempre vulnerabili (e immancabilmente ferite).

La vicenda del romanzo è presto detta: il protagonista Enrico è condotto o seguìto lungo tutte le tappe della sua ininterrotta e ovviamente frustrata ricerca di eroina – insieme a disastratissimi e iperdefiniti compagni di caccia – e poi nell’immancabile permanenza nello «scoglio-galera», dove a vessazioni e massacri di personaggi si alternano quadri descrittivi dello stato di corruzione e follia delle strutture di detenzione, delle logiche interne di mafia nella mafia, del senso di vacuità di ogni riscatto anche politicamente connotato. In tutto questo, da segnalare l’emersione improvvisa di un apocalittico e irreversibilmente esilarante affresco di una repubblica utopica di carcerati ribelli, in realtà fondale destinato a cadere e disfarsi.

Come tutto procede al contrario e verso il negativo, così un reverse fa da sfondo al libro, ne è ossatura: il testo è cioè scandito a capitoli intrecciati: quelli narrativi, progressivi, si alternano a quelli epistolari (lettere di Enrico alla madre, dal carcere), regressivi. I capitoli di narrazione vanno dal passato al futuro; mentre i messaggi dal carcere procedono capovolgendo la freccia del tempo: l’ultima lettera che leggiamo è la prima che il protagonista ha scritto. (Tempo invertito, mondo rovesciato, quello della segregazione).

Il registro di pensiero in campo è totalmente disilluso e lucido, nella sua vitalità e anarchia. Come scrive Aldo Nove su Liberazione (9 settembre), «Se Marco Philopat, con Costretti a sanguinare (recentemente riproposto da Einaudi) ci ha fatto rivivere il passaggio dal decennio dei Settanta agli Ottanta con gli ultimi rigurgiti di un orgoglio generazionale antagonista, con Voce “regrediamo” a qualche anno più tardi, dove non è rimasto più nulla». Ossia è rimasto il nulla della disintegrazione individuale, di un contesto storico in cui più facilmente il mirino della Legge (kafkiana sempre) inquadra singoli separati. Non c’è in giro niente che possa rovesciarsi in strumento di lotta collettiva. La stessa tossicodipendenza è gettata fuori portata, inaccessibile alla critica. È un fatto, è la pietra di tutti i giorni, insieme alla miseria e al no future dell’intera ambientazione cittadina e non cittadina del libro.

Il Cristo elettrico mette in campo, visualizza una lotta, allora: quella tra una realtà malata, o avvelenata di comicità, comunque negativa al cubo, a fronte di (e affrontata con) un linguaggio ferocemente teso a darsi e dare punti di accelerazione, rotture del senso comune, variazioni nel paesaggio della conoscenza: insomma brecce, aperture, non soluzioni, ma cifre verbali. L’Alfa rossa che fila e frena e punteggia (e chiude) il libro con le sue corse e fughe al limite del senso, inutili e necessarie, è la lettera alfa del motore verbale (sempre riavviato, ‘nuovo’) del continuo passaggio di consegne tra carne e nome e viceversa, tra realtà e deviazione e deformazione e corsa del nastro verbale. Compare un ulteriore cristo elettrico in questa (inattesa) accezione: una macchina multicodice che di carne fa verbo e viceversa. Entrambi offesi e offensivi.

Tutto quello che l’Enrico perde o subisce, devastato dal nemico interno (la scimmia) e dagli sbirri o avversari inseguitori, il linguaggio lo riacciuffa in qualche modo conquistandolo a un arco di senso che è poi – precisamente – il libro. La somma delle brecce, degli scatti inventivi, della lingua immaginata e distorta.

Allora la complessità di struttura, le rime e il ritmo disseminati sottotraccia o esibiti, l’aggettivazione ricca, martellante, le torsioni e i giochi di omofonia, le strutture di accumulo ed elencazione, la scaltra tecnica di flashback ricorrente che viene dalle lettere alla madre, la mimesi delle tante retoriche in lotta (lo spacciatore, l’affarista, lo scarafaggio-filosofo Teo, il truffato, il truffatore, il secondino, il militante), portano il libro molto vicino a una definizione: quella di poema (anti)epico in prosa. È il flusso che unisce – in definitiva – i due precedenti romanzi di Voce: Eroina (Transeuropa, 1999) e Cucarachas (DeriveApprodi, 2001).

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[ Testo pubblicato, con il titolo In fuga nel buio su un'Alfa rossa, su«Il manifesto», a.XXXVI, n.246, 20 ott. 2006, p. 15; poi in http://www.lellovoce.it/spip.php?article452 - La versione qui proposta è lievemente riveduta ]

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