Primi appunti per “Progettare l’opera plurale”

[ Qui di séguito la mail/bozza di appunti che ho inviato come primissimo contributo all'incontro Progettare l'opera plurale, Fondazione Baruchello, Roma, 29 ottobre 2006 ]

Credo che la questione dell’interdisciplinarità e dell’opera plurale possa essere affrontata sia partendo dalle domande proposte dalla scheda della Fondazione, sia impostando ulteriori questioni. Dal mio punto di vista, ecco allora due contributi:

1)

una rapida traccia di risposta alle domande offerte:

- Cosa pensi venga messo in gioco nell’arte e nel progettare attraverso la partecipazione di più entità?

Un timore che gli artisti (alcuni artisti, in alcuni casi) hanno è quello di ‘perdere identità’ nel lavoro collettivo. Può non essere un timore infondato, … ma può essere interessante prendere di sorpresa la domanda – e spiazzarla e dislocarla – in questo modo: “mettere in gioco” significa “mettere in pericolo”? Non necessariamente. Mettere in gioco può voler dire ricomprendere entro confine ludico/lucido (criticamente) la questione della pluralità di codici coesi implicata dall’opera (pluralità prodotta da uno); e porre su un orizzonte comune e condiviso il proprio operare o co-operare artistico (pluralità condivisa con molti): mettere in un campo di forze preesistenti il proprio “campo di forSe”, ossia tutti i pieni e i vuoti, le ricchezze e le lacune della propria prassi. Anche perché quello che viene “messo in gioco” è sempre il gioco stesso (lo spazio, il margine, l’oscillazione) del codice, dei codici. Dunque il linguaggio.

- In questo momento (ma già da qualche anno) parlare di arte e pluralità o nuove forme di interdisciplinarità pensi possa essere l’affacciarsi di una nuova “moda” o una necessità?

Non vedrei “moda” e “necessità” come termini (necessariamente) nemici. Se “moda” è anche “modo” e spirito del tempo, la sua necessità può spiccare con energia e senso. E’ anche (ritengo) una difesa dalla realtà dis-integrante dello spettacolare avanzato. Contro la rifrazione della singola pratica artistica in un miliardo di icone complanari e ininfluenti, l’aggregazione di più molecole in un composto complesso sembra far resistenza e porre e opporre un modo ‘collettivo’ di cura e impostazione del lavoro artistico. (In generale e in particolare).

E

2)

altre questioni che potrebbero essere affrontate (=il mio “campo di forSe”):

- come entra e come agisce e interferisce e disgrega oltre che costruire (nel rapporto tra persone) la distruzione del tempo individuale che il tipo di vita che conduciamo mette in atto in tutti i tessuti del nostro agire, artistici e non? l’opera plurale, dove minacciata, vive solo nel progetto e nella dichiarazione o nella ‘confezione’ del gesto (il packaging, la presentazione) o si realizza e riesce a comunicarsi? che significa “si realizza”? si limita a una “mostra”? a una “installazione” o a una “performance”? o entra nelle vite di chi la forma (e di chi la fruisce)? come vivono le persone all’interno di un progetto condiviso? ovvero: come questo cambia (se cambia) le loro percezioni, di riflesso?

- la distruzione del tempo, proprio perché aggredisce sia pratiche individuali che collettive, forza e scardina il piano delle forme artistiche, spingendo le ‘arti del tempo’ (musica e scrittura) alla forma breve. Cosa accade alle arti della visione? e cosa accade alle opere in cui le arti del tempo e dello spazio si legano?

- c’è un modo ‘non giustappositivo’ di legare le arti? molto spesso interdisciplinarità significa somma di materiali: poesia+musica (performance), musica+immagini (clip), animazione+testo (web poetry). Ci sono forme in cui gli slittamenti tra codici funzionano meno rigidamente?

- in che modo è nuovamente (SE è nuovamente) politica una forma di interdisciplinarità? è aggregante, oppure (per essere raggiunta e praticata) prevede percorsi che già nella vita reale sono continuamente minati e minacciati, e non riescono a tener coesa una entità o gruppo?

- quando il gruppo o l’opera collettiva e multicodice si realizza, riesce [e in che modo?] a rapportarsi con le strutture (a volte rigide) dei canali di diffusione dell’arte? le gallerie i critici i lettori e gli interlocutori ‘classici’, ma soprattutto internet, riescono a essere buone interfacce e veicoli della pluralità di codici intrecciati?

- in che rapporto stanno le opere multicodice e soprattutto le opere “di performance” con lo Spettacolo? riescono a far muovere – almeno di qualche grado – la macchina dell’economia spettacolare, o sono del tutto interne (quando poi ci riescono!) al meccanismo noto? è rintracciabile allora un valore ancora eversivo/incisivo (e politicamente connotato) nell’agire performativo?

- si registra un mutamento significativo, in virtù della crescita delle pratiche interdisciplinari, nel sistema o nastro classico “opera > galleria > evento > catalogo > critica > valorizzazione > storia > vendita > opera”? o tutto è come prima, solo un po’ più complesso? c’è negli artisti una percezione del fatto che la violenza e distruzione continue che il nostro tipo di società porta avanti sono una realtà non toccata da quel nastro di produzione/vendita?

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2006